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Serve davvero un esercito europeo? Pro e contro, senza slogan

Serve più una difesa comune che un esercito unico: oggi la strada realistica è un pilastro europeo dentro la NATO.

L’idea di un esercito europeo ha più di settant’anni, e negli anni Cinquanta l’Italia è stata tra i suoi sostenitori più convinti. Prima di giudicarla conviene sapere che cosa esiste già.

Che cosa esiste già

Un esercito europeo non c’è: ogni soldato del continente risponde a un governo nazionale e a un parlamento nazionale. Esiste invece una politica di sicurezza e di difesa comune, e lavora già. L’Unione conduce missioni militari con contingenti messi a disposizione dai paesi. Irini, avviata nel 2020 con il quartier generale a Roma, controlla in mare l’embargo dell’ONU sulle armi alla Libia. Aspides, lanciata nel febbraio 2024, scorta i mercantili nel Mar Rosso, e al suo avvio il comando delle navi in mare era affidato a un ammiraglio italiano.

Poi ci sono gli strumenti. I gruppi tattici dell’Unione, i battlegroup, sono pronti dal 2007 e non sono mai stati impiegati. Dal 2025 è operativa una capacità di dispiegamento rapido fino a 5.000 militari. Nella cooperazione strutturata permanente, la PESCO, 26 paesi su 27 portano avanti 74 progetti comuni, e il Fondo europeo per la difesa ha 8 miliardi di euro per il periodo 2021–2027. Il Trattato sull’Unione contiene anche una clausola di mutua assistenza: se un paese membro subisce un’aggressione armata, gli altri sono tenuti ad aiutarlo con tutti i mezzi a loro disposizione.

Le decisioni sulle missioni si prendono all’unanimità, e il comando resta nelle capitali. È cooperazione tra eserciti, non un esercito.

Le ragioni per il sì

La scala. Nel 2025 i paesi dell’Unione hanno speso per la difesa 418 miliardi di euro, più della Russia anche a parità di potere d’acquisto, ma in 27 bilanci separati, e solo l’11% degli acquisti di equipaggiamento è stato fatto insieme. La Commissione contava nel 2017 nell’Unione 178 tipi di sistemi d’arma, contro i 30 degli Stati Uniti. Un comando e acquisti comuni farebbero rendere di più gli stessi soldi; il perché è spiegato in L’Europa compra le armi insieme?

Le capacità che nessuno ha da solo. Satelliti, aerei cisterna, trasporto strategico: per decenni li hanno messi soprattutto gli americani, come spiega L’Italia si difenderebbe da sola?. Costruirli in 27 versioni nazionali non ha senso economico.

Il consenso. Secondo l’Eurobarometro della primavera 2026, l’82% degli italiani vuole una politica di sicurezza e di difesa comune tra gli Stati membri; in tutta l’Unione è l’81%, il livello più alto degli ultimi vent’anni. Il sondaggio chiede di una politica comune, e un esercito unico è un’altra cosa: è un sì alla direzione, lascia aperta la forma.

Le ragioni per il no

Chi decide di mandare i soldati. È l’obiezione più seria. In Italia la partecipazione alle missioni all’estero la delibera il governo e la autorizzano le Camere, e l’articolo 11 della Costituzione dice che il paese «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli». Un esercito comune richiederebbe una catena di comando europea e un controllo democratico europeo che oggi non esistono: sulle missioni militari dell’Unione decide il Consiglio all’unanimità, e il Parlamento europeo non ha potere di decisione.

La sovrapposizione con la NATO. Ventitré dei 27 paesi dell’Unione sono anche nella NATO, e il trattato europeo riconosce che per loro l’alleanza resta il fondamento della difesa collettiva. Un secondo esercito con un secondo comando rischierebbe di duplicare quello che c’è già.

Il nucleare. Nell’Unione europea l’unico paese con armi nucleari è la Francia, e quel deterrente risponde a Parigi. Un esercito europeo senza un deterrente comune sarebbe una costruzione a metà.

La paura della militarizzazione. Una parte importante dell’Italia, cattolica e laica, teme che un esercito europeo significhi più armi e più spesa, e un’Europa che si definisce attraverso la forza.

Un’idea che l’Italia ha già difeso

Un esercito europeo l’Europa l’ha quasi fatto già una volta, più di settant’anni fa. Il progetto nacque in Francia, con il piano Pleven del 1950, e nel maggio 1952 i sei paesi fondatori firmarono a Parigi il trattato della Comunità europea di difesa, la CED. Alcide De Gasperi ne fu uno dei sostenitori più convinti e ottenne che accanto all’esercito comune si disegnasse una comunità politica con un parlamento eletto. Il 30 agosto 1954 l’Assemblea nazionale francese bloccò la ratifica con 319 voti contro 264, senza nemmeno discutere il merito. La storia completa è in Chi era Alcide De Gasperi.

La lezione di allora vale ancora: un esercito comune senza un’autorità politica comune non sta in piedi, e un’autorità politica comune non nasce per decreto.

La via di mezzo, che è anche la più probabile

Tra lo status quo e l’esercito unico c’è una strada che si può percorrere da subito: un pilastro europeo della NATO. Significa comprare insieme, a partire dai prestiti europei SAFE riservati agli acquisti comuni; costruire in comune le capacità che mancano; mettere unità nazionali sotto comandi integrati per compiti precisi, come la capacità di dispiegamento rapido; e prendere decisioni più in fretta di quanto permetta l’unanimità. È anche una risposta a chi teme la militarizzazione: una difesa comune ben costruita costa meno di 27 difese separate e rende la guerra meno probabile, perché toglie a chiunque la tentazione di approfittare delle divisioni.

La Costituzione su questa strada non fa da ostacolo: lo stesso articolo 11 consente le limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento di pace, in condizioni di parità con gli altri Stati. Un esercito europeo, se mai ci sarà, arriverà alla fine di questo percorso. Per cominciare basta decidere di fare insieme quello che da soli costa di più e funziona peggio.

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Domande frequenti

Esiste già un esercito europeo?

No. Ogni soldato in Europa risponde a un governo nazionale. L’Unione ha però una politica di sicurezza e difesa comune: missioni militari come Irini e Aspides, una capacità di dispiegamento rapido fino a 5.000 militari operativa dal 2025, 74 progetti comuni nella PESCO e un Fondo europeo per la difesa da 8 miliardi per il 2021–2027.

Quali missioni militari ha l’Unione europea?

Tra le principali ci sono Irini, che dal 2020 controlla l’embargo ONU sulle armi alla Libia con il quartier generale a Roma, e Aspides, che dal febbraio 2024 protegge i mercantili nel Mar Rosso, e alla partenza aveva un ammiraglio italiano al comando delle navi. Le decisioni sulle missioni si prendono all’unanimità e i contingenti restano nazionali.

Un esercito europeo sostituirebbe la NATO?

Nessuna proposta seria lo prevede. Ventitré dei 27 paesi dell’Unione sono anche nella NATO, e il trattato europeo stesso riconosce che per loro l’alleanza resta il fondamento della difesa collettiva. L’idea più concreta è rafforzare il pilastro europeo dentro la NATO, perché gli europei possano fare di più da soli quando serve.

Gli italiani vogliono una difesa comune europea?

In larga maggioranza sì. Secondo l’Eurobarometro della primavera 2026, l’82% degli italiani è favorevole a una politica di sicurezza e di difesa comune tra gli Stati membri, contro il 15% di contrari. La media europea è dell’81%, il livello più alto degli ultimi vent’anni.

Che cos’era la CED?

La Comunità europea di difesa: un esercito comune dei sei paesi fondatori, con un trattato firmato a Parigi nel maggio 1952 e sostenuto con forza da Alcide De Gasperi. Il 30 agosto 1954 l’Assemblea nazionale francese ne bloccò la ratifica con 319 voti contro 264, senza un dibattito nel merito.

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