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Ci sarà la guerra? Cosa dicono i fatti

Non nell’immediato: nessun servizio di intelligence occidentale prevede oggi un attacco all’Italia o a un paese della NATO. Le date che preoccupano gli analisti vengono dopo, tra il 2029 e il 2030, ed è lì che conviene guardare.

Davanti a questa domanda l’Italia è il paese più tranquillo d’Europa. Nel sondaggio YouGov condotto in sette paesi a dicembre 2025, solo il 34% degli italiani vede un rischio di guerra con la Russia, la quota più bassa dei sette paesi. Lo stesso campione, però, ammette all’85% che l’Italia da sola non riuscirebbe a difendersi. Questa pagina prende sul serio entrambe le cifre, perché entrambe hanno le loro ragioni.

La guerra che c’è già

La guerra in Ucraina è entrata nel quinto anno e del suo finale si parla più che in qualunque momento precedente: i negoziati per un cessate il fuoco si sono intensificati e a maggio entrambe le parti hanno annunciato proprie tregue, esaurite in pochi giorni tra accuse reciproche di violazioni. Sul terreno la Russia avanza al ritmo di qualche decina di chilometri quadrati al mese e paga quell’avanzata a un prezzo enorme: le stime occidentali contano tra 1,1 e 1,4 milioni di soldati russi messi fuori combattimento dal 2022, di cui diverse centinaia di migliaia di morti.

Nel 2026 è comparso un dato nuovo. La Russia perde oltre 30 mila uomini al mese e ne recluta circa 27 mila: per la prima volta dall’inizio dell’invasione il suo esercito si sta restringendo. Un esercito che si consuma così non ha forze libere per aprire un secondo fronte. Il rischio di cui parlano le intelligence occidentali riguarda il dopo: che cosa farà Mosca quando i cannoni in Ucraina taceranno e le sue fabbriche di armi, che già oggi lavorano su tre turni, continueranno a produrre.

Le date sul calendario

Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ripete dal giugno 2025 la stessa frase: la Russia potrebbe essere in grado di usare la forza militare contro l’alleanza entro cinque anni. Per l’intelligence tedesca, una grande guerra convenzionale tornerà alla portata di Mosca intorno al 2030; per il generale Carsten Breuer, che guida la Bundeswehr, «al più presto nel 2029». Sono voci indipendenti che indicano la stessa finestra, e Mosca fa poco per smentirle: il bilancio federale 2026 destina a difesa e sicurezza circa il 38% della spesa.

Queste stime vanno lette per ciò che sono: misurano la capacità, non l’intenzione. Nessun calendario decide una guerra; la decide un calcolo di convenienza fatto a Mosca. Ed è la parte insieme meno rassicurante e più utile della faccenda, perché su quel calcolo l’Europa può incidere ogni giorno da qui al 2029.

Perché gli italiani ci credono poco

La calma italiana ha ragioni serie, e conviene dirle prima di discuterle. La Russia sta dall’altra parte del continente, mentre le crisi che l’Italia sente sulla pelle arrivano dal Mediterraneo, tra rotte migratorie e forniture di energia. C’è poi una tradizione pacifista trasversale, dal mondo cattolico alla sinistra: secondo il Security Radar della fondazione FES, nel 2025 solo il 18% degli italiani sosteneva l’appoggio all’Ucraina «fino alla vittoria», contro circa la metà di svedesi e lettoni. Chi liquida tutto questo come ingenuità non ha capito il paese.

Il punto è che il sondaggio contiene anche la seconda cifra. L’85% che giudica l’Italia incapace di difendersi da sola dice una cosa esatta: circa 165 mila militari attivi, per quanto professionali, contro una potenza di 146 milioni di abitanti sarebbero pochi. Messi insieme, i due numeri formano una scommessa implicita: la guerra non arriverà, e se arriva toccherà ad altri. La prima metà è plausibile. La seconda regge meno: l’Italia è nella NATO dal 1949, ospita a Napoli uno dei suoi comandi principali e un attacco a un alleato la coinvolgerebbe per trattato, oltre che attraverso i prezzi dell’energia e il commercio, che una guerra sul fianco orientale travolgerebbe comunque.

La zona grigia, intanto

Tra guerra e pace, del resto, c’è già qualcosa. Tra settembre 2025 e gennaio 2026 gli analisti di Insikt Group hanno contato 30 violazioni dello spazio aereo NATO; droni non identificati hanno costretto nell’autunno 2025 a chiudere gli aeroporti di Copenaghen, Oslo, Monaco e Bruxelles; le operazioni di sabotaggio in Europa, dai cavi sottomarini del Baltico agli incendi dolosi contro impianti militari, sono quadruplicate nel 2024 e le indagini le collegano ai servizi militari russi. Azioni di questo tipo costano poco e servono a misurare le reazioni, a logorare le opinioni pubbliche, a far sembrare la difesa comune una spesa superflua. Prenderle sul serio senza farsi prendere dal panico è la reazione che le neutralizza.

Che cosa sposta le probabilità

Una guerra di aggressione comincia quando l’aggressore si convince che la difesa sarà lenta, divisa ed esitante. Tutto ciò che rende la difesa europea rapida e credibile sposta quindi il calcolo di Mosca verso il «non conviene». Qualcosa si muove: nel 2025 gli alleati europei hanno portato la spesa per la difesa oltre i 574 miliardi di dollari, circa un quinto in più dell’anno precedente. Se il continente avrebbe i numeri per reggere anche senza gli americani lo abbiamo messo in fila in un’altra pagina: uomini, mezzi e denaro abbondano, il collo di bottiglia è il coordinamento fra una trentina di eserciti.

Per una cultura come quella italiana, dove il pacifismo è un sentimento di massa, vale la pena dire a che cosa serve tutto questo: a far sì che la guerra non ci sia. La deterrenza riesce quando resta inutilizzata, e ogni euro speso bene oggi lavora perché il 2029 passi come un anno qualsiasi.

Come si convive con la domanda

Seguendo i fatti prima dei titoli, per cominciare: la paura è la materia prima con cui lavora la propaganda russa, e i fatti del 2026 raccontano un esercito impantanato, molto lontano dall’invincibilità. E poi ricordando che cosa dice davvero quell’85%: gli italiani sanno già che da soli non ci si difende. È la conclusione più lucida dell’intero sondaggio, e basta allargarla, perché vale per l’Italia come per chiunque altro sul continente. Sessanta milioni di persone incidono poco sul calcolo di Mosca; quattrocentocinquanta milioni che agiscono insieme lo ribaltano. Alla fine «ci sarà la guerra?» è una domanda sull’unità dell’Europa, e la risposta migliore è farla restare quella di oggi: no.

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Domande frequenti

Ci sarà la terza guerra mondiale?

Niente indica che sia vicina. Le potenze nucleari evitano lo scontro diretto da ottant’anni e continuano a farlo anche ora. Il rischio realistico ha una scala minore: un conflitto limitato sul fianco orientale, pensato per mettere alla prova la coesione della NATO.

La guerra in Ucraina è finita?

No. Nella primavera 2026 i negoziati per un cessate il fuoco si sono intensificati e a maggio entrambe le parti hanno annunciato brevi tregue, finite tra accuse reciproche di violazioni. Al fronte si combatte ancora, anche se l’avanzata russa si misura in decine di chilometri quadrati al mese.

Quando la Russia potrebbe essere pronta ad attaccare la NATO?

Il segretario generale della NATO Rutte parla di cinque anni, l’intelligence tedesca indica il 2030 circa, il generale che guida la Bundeswehr dice «al più presto nel 2029». Sono stime di capacità militare; se un attacco avvenga davvero dipenderà dai calcoli di convenienza fatti a Mosca.

L’Italia saprebbe difendersi da sola?

L’85% degli italiani risponde di no (YouGov, dicembre 2025) e i numeri confermano: 165 mila militari in servizio non bastano davanti a un paese di 146 milioni di persone. La difesa italiana poggia sulla NATO e sul peso complessivo dell’Europa, come quella di ogni altro paese del continente.

Devo prepararmi in qualche modo?

Il panico non serve. La preparazione di base raccomandata dall’UE nel 2025, cioè scorte di acqua, cibo e medicine per 72 ore più una radio a batterie, è utile in qualsiasi emergenza, da un’alluvione a un blackout, e costa poco.

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