L’Europa si difenderebbe da sola, senza gli Stati Uniti?
Con le risorse sì, con l’organizzazione di oggi no: l’Europa supera la Russia in quasi tutto, tranne che nell’unità di comando.
Gli italiani, davanti a questa domanda, dicono due cose che sembrano escludersi. Solo il 34% vede un rischio di guerra con la Russia, la quota più bassa tra i sette paesi europei presi in esame dal sondaggio YouGov a fine 2025. Allo stesso tempo l’85% ritiene che l’Italia, da sola, non saprebbe difendersi. Le due risposte stanno insieme meglio di quanto sembri, e per capirlo bastano pochi numeri.
I numeri grezzi
L’economia europea vale circa otto volte quella russa. I membri europei della NATO schierano quasi 2 milioni di militari; la Russia ha fissato per decreto un organico di 1,5 milioni, e l’IISS ne stimava nel 2025 circa 1,1 milioni effettivi. E nel 2025 gli alleati europei e il Canada hanno speso per la difesa oltre 570 miliardi di dollari (a prezzi 2021), quasi il 20% in più dell’anno prima: più della spesa militare reale russa, che i servizi tedeschi stimano intorno ai 250 miliardi di euro contando anche le spese nascoste in altri capitoli di bilancio.
La Russia regge questo ritmo destinando alla difesa e alla sicurezza circa il 38% del bilancio federale del 2026. È un’andatura da centometrista che nessuno regge sulla distanza. Se la domanda fosse soltanto chi ha di più, la pagina potrebbe finire qui.
Il difetto di fabbrica
Il problema è che «l’Europa», come attore militare, non esiste. Quei quasi 2 milioni di soldati servono in una trentina di eserciti separati, ognuno con il suo stato maggiore, i suoi acquisti, il suo parlamento che decide se e dove mandarli. Un’analisi di McKinsey pubblicata nel Munich Security Report del 2017 contava in Europa 178 tipi di sistemi d’arma; negli Stati Uniti una trentina. Diciassette tipi di carro armato contro uno, anche se quel conteggio del 2016 è contestato: contando in modo più stretto, una rivista tedesca di difesa ne ha trovati undici nell’UE. Ogni doppione significa una linea di produzione, ricambi, munizioni e addestramento a parte: soldi che comprano organigrammi invece di capacità.
Poi ci sono le capacità che l’Europa non ha mai costruito perché le forniva l’America: satelliti da ricognizione, rifornimento in volo, trasporto strategico, soppressione delle difese aeree nemiche. Senza, un esercito moderno vede poco, vola corto e si muove piano. E c’è l’asimmetria nucleare: circa 515 testate tra Francia e Regno Unito contro le circa 5.420 russe. Abbastanza per rendere un attacco al continente un azzardo esistenziale; non abbastanza da sostituire l’ombrello americano.
La parte dell’Italia, senza sconti
L’Italia mette sul tavolo circa 185 mila militari secondo il conteggio NATO, il comando NATO di Napoli, la guida di un battlegroup alleato in Bulgaria e una marina impegnata stabilmente tra Mediterraneo e Mar Rosso. È un contributo vero, concentrato dove l’Italia guarda da sempre: a sud. Rotte migratorie, instabilità tra Nordafrica e Sahel, vie del gas e cavi sottomarini; da qui il Piano Mattei e l’idea di sé come frontiera meridionale dell’alleanza. È una prospettiva legittima. Un continente ha più di un fianco, e la stessa logica che chiede al Baltico di preoccuparsi del Mediterraneo vale anche al contrario.
Poi c’è la parte meno comoda. Nel 2025 l’Italia ha superato per la prima volta il 2% del PIL in difesa: secondo la stima NATO di luglio 2026, 47,2 miliardi di euro e il 2,09%, dall’1,52% dell’anno prima. In parte è successo riclassificando spese che già esistevano, dai Carabinieri alle pensioni militari; il bilancio vero e proprio della Difesa è di 31,3 miliardi nel 2025 e 32,4 nel 2026. E dei 14,9 miliardi di prestiti europei agevolati per la difesa assegnati all’Italia (lo strumento SAFE), ad agosto 2026 Roma ne ha chiesti circa otto. Sono numeri, senza commento morale: dicono che la distanza tra impegni firmati e assegni staccati riguarda anche noi.
Il conto del fare da soli
Bruegel e il Kiel Institute hanno fatto la somma onesta: difendere l’Europa senza le forze americane richiederebbe circa 300 mila soldati in più, una cinquantina di brigate, e almeno 250 miliardi di euro in più all’anno, cioè una spesa intorno al 3,5% del PIL. Sembra enorme, finché non si nota che è esattamente l’obiettivo di difesa in senso stretto che quasi tutti gli alleati, Italia compresa, hanno sottoscritto al vertice dell’Aia nel 2025, da raggiungere entro il 2035. Spalmati sugli abitanti del continente, quei 250 miliardi fanno circa 550 euro a testa l’anno. Un euro e mezzo al giorno.
E il tempo? I servizi tedeschi stimano che la Russia potrebbe essere in grado di sostenere una guerra convenzionale su larga scala verso il 2030; il capo di stato maggiore della Bundeswehr indica il 2029, «o anche prima». Sono stime di capacità; nessuno può leggerle come profezie. Forse il 34% degli italiani ha ragione e quella guerra non arriverà mai. Ma l’assicurazione sulla casa si paga proprio quando si pensa che l’incendio non ci sarà, e la deterrenza ha una proprietà particolare: la si compra perché non debba mai servire.
Il verdetto
Oggi, con fatica. Una guerra breve e violenta sul Baltico, combattuta domani senza gli americani, sarebbe per l’Europa una scommessa pericolosa: mancano il comando comune, la logistica e le capacità di supporto elencate sopra. Una guerra lunga, contro un’economia otto volte più grande, la Russia non può vincerla, e i suoi pianificatori conoscono entrambe le metà di questa frase. Per questo i loro scenari parlano di test rapidi, e quelli europei di farsi trovare pronti dal primo giorno.
L’Europa, insomma, non è debole: è disordinata. La differenza conta, perché la debolezza si cura in decenni e il disordine con una decisione.
La domanda dietro la domanda
Una trentina di eserciti, diciassette tipi di carro armato, nessun comando comune. Nessuno l’ha progettato così; è solo rimasto così. Vale la pena ricordare dove è stata scritta per la prima volta l’alternativa: su un’isola del Tirreno, nel 1941, quando Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, al confino di Ventotene, sostenevano che un continente diviso in stati armati l’uno contro l’altro avrebbe prodotto sempre la stessa guerra. Un continente che agisse come un insieme, una difesa, una voce, non si chiederebbe se sa difendersi, così come non se lo chiede l’America. Resta la domanda politica, che è poi quella di tutto questo sito: quanta unità vogliamo davvero.
Domande frequenti
Quanti soldati ha l’Europa rispetto alla Russia?
I membri europei della NATO contano quasi 2 milioni di militari. La Russia ha fissato per decreto un organico di 1,5 milioni; l’IISS stimava nel 2025 circa 1,1 milioni effettivi. La differenza è nell’organizzazione: i soldati russi rispondono a un solo comando, quelli europei a una trentina di comandi diversi.
Quanto costerebbe all’Europa difendersi senza gli Stati Uniti?
Secondo l’istituto Bruegel e il Kiel Institute, almeno 250 miliardi di euro in più all’anno, cioè una spesa intorno al 3,5% del PIL, e circa 300 mila soldati aggiuntivi, una cinquantina di brigate. Spalmati sugli abitanti del continente, fanno circa 550 euro a testa l’anno.
L’Europa ha armi nucleari proprie?
Sì, ma poche: la Francia ha circa 290 testate e il Regno Unito circa 225, contro le circa 5.420 russe stimate dal SIPRI. Bastano a rendere un attacco al continente un rischio esistenziale, non a sostituire l’ombrello americano.
L’Italia spende davvero il 2% del PIL in difesa?
Sulla carta sì: secondo la stima NATO di luglio 2026, nel 2025 ha speso 47,2 miliardi di euro, il 2,09% del PIL, sopra il 2% per la prima volta. In parte però contando spese già esistenti, dai Carabinieri alle pensioni militari. Il bilancio vero e proprio della Difesa è di 31,3 miliardi nel 2025 e 32,4 nel 2026.
Cos’è il pilastro europeo della NATO?
L’idea che gli alleati europei sostengano da soli la propria parte della difesa dentro l’alleanza, con capacità e comando comuni, invece di dipendere da quelle americane. Rafforza la NATO, non la sostituisce.