Il nostrocontinente

Cosa significherebbe un continente unito per un giovane che pensa di andarsene?

Significherebbe poter partire senza perdere niente per strada e avere, un giorno, un motivo concreto per tornare.

Nessuno qui ti dirà di restare. Se stai pensando di andartene hai le tue ragioni, e sei in buona compagnia: centinaia di migliaia di coetanei hanno fatto lo stesso conto prima di te.

Quanti partono e dove vanno

Tra il 2011 e il 2024 sono partiti dall’Italia circa 630 mila ragazzi e ragazze tra i 18 e i 34 anni, 78 mila nel solo 2024. Tolti quelli che sono rientrati, il saldo è di 441 mila giovani in meno. Tra chi è partito negli ultimi tre anni di quella serie, più di due su cinque sono laureati: il 42%. Sono i dati di un rapporto del CNEL del dicembre 2025.

Le mete della lunga ondata 2011–2024 sono, nell’ordine, Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia e Spagna. Nel 2025 il quadro si è spostato: secondo l’ISTAT gli espatri di cittadini italiani, di tutte le età, sono scesi a 109 mila, e la Spagna è diventata la prima destinazione.

Il motivo più citato è lo stipendio. AlmaLaurea ha misurato che a un anno dalla laurea magistrale chi lavora all’estero guadagna in media 2.290 euro netti al mese, chi lavora in Italia 1.452: il 57,6% in più. A cinque anni la distanza è del 59,9%. Una parte se ne va in affitti più cari, ma una parte resta, e cresce con la carriera. Perché in Italia si guadagni meno dipende da imprese piccole e da una produttività ferma da vent’anni; la diagnosi è in Perché gli stipendi in Italia non crescono?, il confronto con la Germania in Stipendi: Italia vs Germania.

Che cosa ti porti dietro

Trasferirsi in un altro paese dell’Unione è un diritto, e funziona meglio di quanto si racconti. Non servono permessi per lavorare; per soggiorni oltre i tre mesi il paese può chiederti di registrarti come residente. Per i soggiorni temporanei la tessera sanitaria italiana vale anche come tessera europea, la TEAM; una volta trasferito ti iscrivi al sistema sanitario del nuovo paese. Se perdi il lavoro in Italia puoi portarti dietro l’indennità di disoccupazione per tre mesi, prorogabili fino a sei, mentre ne cerchi uno altrove, con il modulo U2, purché tu sia stato iscritto per quattro settimane ai servizi per l’impiego prima di partire. I contributi versati in paesi diversi si sommano per arrivare alla pensione, senza costi: l’INPS la chiama totalizzazione. E se sei medico, infermiere, dentista, farmacista, ostetrica, architetto o veterinario, il tuo titolo è riconosciuto automaticamente.

C’è anche un dovere, che molti scoprono tardi. Se resti fuori più di dodici mesi devi iscriverti all’AIRE, l’anagrafe degli italiani all’estero, entro 90 giorni dal trasferimento. Dal 2024 chi non lo fa rischia una multa da 200 a 1.000 euro per ogni anno di mancata iscrizione.

Dove l’Europa si ferma

Il diritto di andare c’è. Quello che manca è il resto, e lo si scopre presto.

La prima meta della grande ondata, il Regno Unito, oggi è fuori: chi è arrivato dopo il 31 dicembre 2020 ha bisogno di un visto per lavorarci, con una soglia minima di stipendio e un datore di lavoro che faccia da sponsor. Molte professioni, dall’insegnante all’avvocato, passano ancora per procedure nazionali di riconoscimento. La pensione si somma, ma alla fine arriva a pezzi, da enti diversi con regole diverse. Il fisco resta nazionale, e chi lavora in due paesi nello stesso anno lo impara presto. E se hai un’idea d’impresa, il mercato che ti accoglie è un mosaico di 27 sistemi giuridici, mentre una start-up americana cresce da subito su un solo grande mercato nazionale.

Chi parte, insomma, entra in un continente aperto a metà. Va bene per spostarsi, peggio per costruirsi una vita su più paesi.

Tornare: che cosa c’è già

Se un giorno vorrai rientrare, lo Stato ti fa uno sconto vero. Con il regime per i lavoratori impatriati, in vigore nella versione attuale dal 2024, chi ha un’alta qualificazione e ha vissuto fuori almeno tre anni paga le tasse solo sulla metà del reddito da lavoro prodotto in Italia, sul 40% se rientra con un figlio minorenne, fino a 600 mila euro l’anno e per cinque anni, impegnandosi a restare residente per almeno quattro.

Finora i flussi non si sono invertiti. Tra il 2019 e il 2024, secondo l’ISTAT, i 25–34enni italiani partiti sono stati 247 mila e quelli rientrati 86 mila. Nello stesso periodo, nella stessa fascia d’età, il saldo dei laureati italiani è stato negativo per 78 mila persone, mentre quello dei laureati stranieri è stato positivo per 88 mila. Il paese, cioè, continua ad attrarre persone qualificate. Solo che non riesce a tenere le proprie.

Che cosa cambierebbe un continente unito

Due cose concrete, per te.

La prima: partire senza attriti. Una carriera su tre paesi con una pensione che si calcola come se fossero uno, titoli riconosciuti ovunque, regole fiscali che non ti puniscono per aver cambiato paese. Oggi tutto questo funziona solo a metà.

La seconda conta di più: avere un motivo per tornare. Gli stipendi crescono dove crescono le imprese, e le imprese crescono dove trovano un mercato grande e capitali per finanziarsi. L’Europa ha il mercato, sulla carta, ma lo tiene ancora diviso da barriere interne e da 27 mercati dei capitali separati. Il piano per unirlo davvero c’è, è il rapporto di Mario Draghi, e come procede lo racconta Cosa dice il rapporto Draghi. Un continente unito potrebbe dare a un’impresa di Bologna o di Bari lo stesso mercato di casa di una concorrente americana, e a te la possibilità di trovare in Italia lo stipendio che oggi vai a cercare fuori.

Partire resterà una scelta legittima, e per molti una bella esperienza. Conta che sia una scelta e che, quando vorrai tornare, ci sia qualcosa che ti aspetta.

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Domande frequenti

Quanti giovani lasciano l’Italia?

Tra il 2011 e il 2024 sono partiti circa 630 mila italiani tra i 18 e i 34 anni, 78 mila nel solo 2024, secondo il CNEL. Al netto di chi è rientrato il saldo è di 441 mila. Tra chi è partito nel 2022–2024 i laureati sono il 42%.

Quanto si guadagna in più all’estero?

Secondo AlmaLaurea, a un anno dalla laurea magistrale chi lavora all’estero guadagna in media 2.290 euro netti al mese, contro i 1.452 di chi lavora in Italia: il 57,6% in più. A cinque anni dalla laurea la distanza sale al 59,9%. Sul netto pesano però anche affitti e costo della vita del paese scelto.

Che cosa devo fare quando parto?

Se resti fuori più di dodici mesi devi iscriverti all’AIRE, l’anagrafe degli italiani all’estero, entro 90 giorni dal trasferimento: dal 2024 chi non lo fa rischia da 200 a 1.000 euro di multa per ogni anno. La tessera sanitaria vale come tessera europea TEAM solo per i soggiorni temporanei: da residente ti iscrivi al sistema sanitario del nuovo paese.

Perdo i contributi se lavoro in un altro paese europeo?

No. I periodi lavorati in diversi paesi dell’Unione, dello Spazio economico europeo e in Svizzera si sommano gratuitamente per raggiungere il diritto alla pensione, purché non si sovrappongano: lo prevede la totalizzazione internazionale, spiegata dall’INPS. I contributi restano nei singoli paesi, che pagano ciascuno la propria quota.

Se torno in Italia pago meno tasse?

Sì, se hai un’alta qualificazione e sei stato fuori almeno tre anni: con il regime per i lavoratori impatriati, dal 2024 il reddito da lavoro prodotto in Italia è tassato solo per metà, il 40% se rientri con un figlio minorenne, fino a 600 mila euro l’anno, per cinque anni. Devi impegnarti a restare residente almeno quattro anni.

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