Il nostrocontinente

Perché non esiste una Google europea?

Perché le idee europee nascono in un continente diviso in 27 mercati, senza i capitali che in America trasformano una startup in un colosso. Il talento non c’entra: l’Italia, per qualche anno, il futuro dell’informatica l’aveva costruito davvero.

Vale la pena ripartire da lì, perché quella storia contiene già tutta la risposta.

Ivrea aveva costruito il futuro

Nel 1959 la Olivetti di Ivrea presentò l’Elea 9003, uno dei primi calcolatori commerciali a transistor d’Europa. Sei anni dopo arrivò la Programma 101 dell’ingegnere Pier Giorgio Perotto, considerata da molti storici il primo personal computer da scrivania. Ne furono venduti oltre 40.000 esemplari, soprattutto negli Stati Uniti; la NASA ne comprò una decina e li usò nei calcoli di preparazione della missione Apollo 11.

Poi la storia prese l’altra strada. Adriano Olivetti morì all’improvviso nel 1960, Mario Tchou, il capo del progetto elettronico, in un incidente stradale nel 1961. Nel 1964 l’azienda, a corto di capitali, vendette la divisione elettronica alla General Electric. La Programma 101 si salvò per un dettaglio quasi comico: il gruppo della P101 la riclassificò internamente da «computer» a «calcolatrice», e la macchina sfuggì così alla cessione.

La sfortuna spiega poco. Un’azienda di Ivrea, per quanto geniale, doveva finanziare da sola una rivoluzione che i concorrenti americani finanziavano con la borsa di New York, le commesse federali e un mercato interno grande quanto un continente. IBM poteva permettersi dieci progetti falliti; Olivetti non poteva permettersene uno.

Un copione che si ripete

Ivrea è solo la prima puntata. Nel 2007 il produttore di telefoni dominante al mondo era europeo: Nokia, con circa il 40% del mercato. Skype inventò le chiamate via internet a Tallinn e finì a eBay, poi a Microsoft. DeepMind, il laboratorio che ha definito l’intelligenza artificiale moderna, nacque a Londra e fu venduto a Google. ARM, i cui progetti di chip stanno in quasi ogni telefono del pianeta, nel 2023 ha scelto di quotarsi al Nasdaq. Spotify è quotata a New York; anche BioNTech, l’azienda tedesca del vaccino anti-covid.

Messe in fila, sette storie così smettono di essere aneddoti. L’Europa concepisce; l’America fa crescere e incassa.

Tre strozzature

Il mercato. Un fondatore americano lancia un prodotto, in una lingua, sotto una sola legge, per 330 milioni di persone. Il suo omologo europeo ha in teoria 450 milioni di clienti e in pratica si espande paese per paese: nuova lingua, nuovo ordinamento, nuove licenze, nuovo regime IVA. Il Fondo monetario internazionale ha stimato che le barriere interne residue del continente equivalgono a un dazio del 44% sui beni e di circa il 110% sui servizi. Il mercato unico funziona benissimo per il parmigiano; il software è un servizio.

Il capitale. I fondi di venture capital europei investono circa un quinto dei volumi americani. I risparmi delle famiglie europee superano i 35.000 miliardi di euro, ma circa un terzo dorme in depositi bancari, mentre i fondi pensione americani comprano azioni. Quando un’azienda europea arriva alla taglia in cui servono miliardi, scopre che nessuna borsa del continente può fornirli con certezza, e trasloca. I totali del rapporto Draghi: circa 800 miliardi di euro l’anno di investimenti mancanti, e nessuna impresa europea fondata negli ultimi cinquant’anni che valga più di 100 miliardi. Gli Stati Uniti, nello stesso periodo, ne hanno prodotte sei da oltre mille miliardi.

Il prezzo della caduta. In California un fondatore con un fallimento alle spalle è un fondatore con esperienza. In gran parte d’Europa, Italia compresa, un fallimento significa anni di responsabilità personali e una reputazione segnata. Dove cadere costa di più, saltano in meno.

Quel che va ammesso

Sì, la regolazione europea è un costo reale, e pesa di più proprio sulle piccole imprese a cui non era destinata. E sì, l’Italia ci mette del suo: burocrazia lenta, giustizia civile interminabile, salari reali che tra il 1990 e il 2020 sono scesi, unico caso nell’Unione. Nel 2025 Stellantis ha costruito in Italia 213.706 automobili, meno di quante ne produceva la Fiat nel 1955; 630.000 italiani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il paese tra il 2011 e il 2024. Non tutto questo si spiega con la frammentazione del continente.

Ma «Bruxelles regola troppo» non regge da solo la storia: anche l’America regola, e l’Europa più regolata di sempre produsse Nokia. La variabile che separa davvero i due sistemi è la dimensione del campo da gioco: un mercato solo, un solo bacino di capitali, una pista di decollo abbastanza lunga.

La diagnosi c’è già, ed è in italiano

Il rapporto sulla competitività che Mario Draghi ha consegnato nel 2024 mette in fila esattamente questi numeri: servono circa 800 miliardi di euro l’anno di investimenti aggiuntivi, intorno al 5% del PIL europeo, per restare sulla frontiera tecnologica. Un anno dopo, i tracker indipendenti contavano circa l’11% delle raccomandazioni attuate, e Draghi stesso ha osservato che ogni problema indicato nel rapporto era nel frattempo peggiorato. La diagnosi, insomma, non manca. Manca la decisione di seguirla.

Tornando a Ivrea

La Programma 101 si salvò fingendosi una calcolatrice; da allora i campioni europei si salvano diventando americani. Niente di tutto questo è scritto da nessuna parte: un mercato unico anche per i servizi e un mercato dei capitali capace di finanziare un gigante sono decisioni politiche, e sono le due cose che 27 mercati di dimensione media non hanno mai avuto e che un continente unito avrebbe dal primo giorno. La prossima Olivetti nascerà comunque qui, perché il talento non è mai stato il problema. La domanda è se stavolta troverà un posto per crescere senza cambiare bandiera.

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Domande frequenti

Perché la Olivetti abbandonò i computer?

Dopo le morti di Adriano Olivetti (1960) e dell’ingegnere Mario Tchou (1961), l’azienda restò senza capitali per sostenere l’elettronica e nel 1964 vendette la divisione alla General Electric. La Programma 101 sopravvisse solo perché riclassificata come calcolatrice. Il talento c’era; mancava un mercato dei capitali alla scala dei concorrenti americani.

L’Europa è mai stata leader nella tecnologia?

Più volte. Nel 2007 Nokia aveva circa il 40% del mercato mondiale dei telefoni, Skype inventò le chiamate via internet a Tallinn, DeepMind definì l’intelligenza artificiale moderna a Londra e i chip progettati dalla britannica ARM stanno in quasi ogni telefono del pianeta.

È colpa delle regole europee se mancano i giganti tech?

Le regole sono un costo reale, soprattutto per le piccole imprese, ma non spiegano tutto: anche l’America regola. La differenza decisiva è un mercato unificato di 330 milioni di clienti e il bacino di capitali più profondo del mondo, due cose che l’Europa non ha ancora.

Quanto investe l’Europa in tecnologia rispetto agli Stati Uniti?

Il venture capital europeo investe circa un quinto dei volumi americani (circa 66 miliardi di euro nel 2025). Il rapporto Draghi stima in circa 800 miliardi l’anno gli investimenti mancanti in tutta l’economia. Nell’intelligenza artificiale il divario privato del 2025 è di circa quattordici a uno.

Una Google europea può ancora nascere?

Il talento c’è: ASML e Mistral dimostrano che in Europa possono crescere aziende di prima fila mondiale. A cambiare le probabilità in modo sistemico sarebbero un mercato unico anche per i servizi e un vero mercato dei capitali. Entrambe sono decisioni politiche, non questioni tecniche.

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