Il nostrocontinente

Perché gli stipendi in Italia non crescono?

Perché un’ora di lavoro in Italia produce oggi più o meno quanto nel 2001, e gli stipendi, alla lunga, seguono la produttività.

Il dato che riassume tutto è uno, e conviene guardarlo in faccia: secondo l’OCSE, l’Italia è l’unico paese dell’Unione dove i salari reali sono scesi tra il 1990 e il 2020. Scesi in termini reali, al netto dell’inflazione, mentre ovunque intorno crescevano. Un italiano che oggi ha trent’anni non ha mai visto un boom. Capire perché richiede cinque minuti e nessun capro espiatorio.

Quanto si guadagna, in numeri

La retribuzione lorda media in Italia è di poco meno di 32 mila euro l’anno, circa 2.450 euro lordi al mese per chi prende tredici mensilità (Osservatorio JobPricing, dati 2024). A parità di potere d’acquisto, l’OCSE stima il salario medio lordo annuo italiano intorno ai 53 mila dollari (salari medi lordi annui, dollari PPA, OCSE 2024): in Germania sono circa 75 mila, in Francia 60 mila, e anche la Spagna, a quota 57 mila, sta davanti già dal 2019. Trent’anni fa questi paesi viaggiavano più o meno appaiati.

La direzione recente non consola: nel solo 2022, con la fiammata dell’inflazione, i salari reali italiani hanno perso il 7,3%, il calo più pesante tra le grandi economie dell’OCSE.

Il sospetto sbagliato

Il primo sospetto è che si lavori poco. I numeri dicono il contrario: un occupato italiano lavora circa 1.700 ore l’anno, un tedesco circa 1.340. Il punto è quanto vale ciascuna di quelle ore: la produttività per ora lavorata in Italia è ferma dai primi anni Duemila, mentre altrove saliva. E siccome nessuna impresa può pagare stabilmente più di quanto produce, uno stipendio fermo è quasi sempre il sintomo di un’ora di lavoro ferma.

Resta da capire perché l’ora italiana si sia fermata. Le risposte principali sono due, e tutte e due stanno in casa nostra.

Prima risposta: imprese che restano nane

Il 95% delle imprese italiane ha meno di dieci addetti; la media nazionale è di circa quattro addetti per impresa. Quattro occupati su dieci lavorano in una microimpresa; in Germania meno di uno su cinque. E le imprese molto piccole, in tutti i paesi del mondo, investono meno in macchinari e software, formano meno, esportano meno, e quindi possono pagare meno.

Restare piccoli, in Italia, è spesso una scelta razionale: il controllo familiare vale più della crescita, e chi vuole crescere trova poco capitale disposto a rischiare. Il risultato è un tessuto produttivo pieno di mestiere e povero di scala, dove il macchinario nuovo, il software gestionale e l’aumento in busta paga arrivano tardi o non arrivano.

Seconda risposta: contratti che scadono e restano lì

La gran parte degli stipendi italiani si muove con i contratti collettivi nazionali. Alla fine del 2025 ne risultavano scaduti 27, in attesa di rinnovo, per circa 5,5 milioni di lavoratori; l’attesa media sfiorava i 19 mesi, e all’inizio del 2024 aveva superato i 34 (Istat). Con i prezzi fermi è un fastidio; con l’inflazione del 2022 è stato esattamente il meccanismo con cui il 7,3% è passato dai grafici alle buste paga: i prezzi correvano, i contratti aspettavano.

Il conto: una Palermo in partenza

Tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato l’Italia circa 630 mila giovani tra i 18 e i 34 anni: più o meno gli abitanti di Palermo. Nel solo 2024 sono partiti in 78 mila, il saldo con l’estero ha superato per la prima volta le 100 mila unità, e tra chi è partito dal 2022 in poi il 42% è laureato. Un rapporto presentato al CNEL a fine 2025 stima il capitale umano perso in circa 159 miliardi di euro.

Le mete raccontano il resto: Germania, Svizzera, Francia. Chi parte resta quasi sempre dentro il continente, dove la stessa ora di lavoro è pagata di più. Ogni partenza, intanto, rende il problema un po’ più grande per chi resta: meno contribuenti, meno competenze, meno ragioni per un’impresa di investire qui.

Che cosa può farci l’Europa

Poco, sulla parte più grossa. Nessuna decisione continentale può rinnovare un contratto scaduto o convincere un’impresa di sei addetti a diventarne sessanta: produttività, dimensione delle imprese e contrattazione si aggiustano in Italia. Chi promette che «più Europa» alzerà gli stipendi da sola ti sta vendendo qualcosa.

C’è però un soffitto che italiano non è. Un’impresa che prova a crescere oltre il cortile di casa trova un continente diviso in 27 regimi normativi e 24 lingue: il Fondo monetario internazionale ha messo un numero su queste barriere interne, e per i servizi equivale a un dazio a tre cifre. L’Italia questo soffitto lo ha già toccato una volta, nel modo più amaro, quando la Olivetti dovette cedere la sua elettronica per mancanza di capitali e di un mercato alla sua misura: quella storia è raccontata per intero in Perché non esiste una Google europea?. Le imprese di frontiera pagano gli stipendi di frontiera, e si stabiliscono dove trovano scala e capitale.

Il piano per dare all’Europa quella scala esiste ed è firmato da un italiano: il rapporto Draghi del 2024, che della scala fa la condizione per tornare a pagare bene il lavoro. Un continente che si comportasse come un’economia sola non firmerebbe le buste paga italiane. Deciderebbe però se la prossima Olivetti deve vendere o può crescere, e se i 630 mila devono cercare gli stipendi di Monaco di Baviera a Monaco o possono trovarli a Milano.

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Domande frequenti

Quanto guadagna in media un italiano?

La retribuzione lorda media è di poco meno di 32 mila euro l’anno, circa 2.450 euro lordi al mese su tredici mensilità (dati 2024). Con divari ampi: i laureati superano i 41 mila euro, gli operai restano sotto i 28 mila, e il Sud guadagna meno del Nord.

Perché in Italia si guadagna poco?

Perché la produttività per ora lavorata è ferma dai primi anni Duemila, e gli stipendi alla lunga la seguono. Le cause pesanti sono interne: imprese in media da quattro addetti, che investono e pagano meno, e contratti collettivi rinnovati con anni di ritardo. Le ore lavorate non c’entrano.

Quanto si guadagna in Italia rispetto alla Germania?

A parità di potere d’acquisto, l’OCSE stima il salario medio lordo annuo italiano intorno ai 53 mila dollari contro i 75 mila tedeschi: quasi un terzo in meno. In euro correnti la distanza è ancora più ampia. La Spagna sta davanti all’Italia già dal 2019.

È colpa dell’euro se gli stipendi non crescono?

I dati dicono di no: il calo dei salari reali italiani copre il periodo tra il 1990 e il 2020, quindi comincia prima dell’euro, e paesi con la stessa moneta, come Germania e Francia, hanno visto i salari crescere. Le cause pesanti sono produttività ferma e imprese troppo piccole.

Quanti giovani lasciano l’Italia ogni anno?

Nel 2024 sono emigrati circa 78 mila italiani tra i 18 e i 34 anni; dal 2011 al 2024 il totale è di circa 630 mila, e tra chi è partito negli ultimi tre anni il 42% è laureato. Un rapporto CNEL del 2025 stima in circa 159 miliardi di euro il capitale umano perso in quel periodo.

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