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Cosa dice il rapporto Draghi (e cosa ne è stato)?

Il rapporto Draghi chiede all’Europa 750–800 miliardi di euro l’anno di investimenti in più per evitare una lenta agonia. Un anno dopo, ne risultava attuato circa l’11%.

La Commissione europea lo aveva chiesto a Mario Draghi – ex presidente della BCE, ex presidente del Consiglio – e lui lo ha consegnato il 9 settembre 2024: circa 400 pagine, 170 proposte, un titolo da ufficio studi, «Il futuro della competitività europea». Alla presentazione una giornalista gli domandò se il messaggio fosse «attuate il rapporto o morite». La risposta, «morire no, ma sarà una lenta agonia», è rimasta attaccata al documento.

La diagnosi

Il rapporto parte da un divario che si allarga da vent’anni: nel 2023 l’economia americana superava quella europea di circa il 30% a prezzi costanti, contro il 17% del 2002. La storia intera di quel distacco è in Perché l’Europa è rimasta indietro?; al rapporto interessa da dove viene. Due terzi, calcola, vengono dalla produttività: un lavoratore europeo produce circa il 90% di un americano per ora lavorata, e la distanza è ferma dagli anni Novanta.

Poi mette in fila i conti che le imprese europee pagano ogni giorno. L’energia: il gas costa circa il triplo che negli Stati Uniti, l’elettricità industriale circa il doppio. Il mercato interno incompleto: il Fondo monetario internazionale stima che le barriere rimaste tra i 27 paesi equivalgano a un dazio del 44% sui beni e del 110% sui servizi; un’impresa americana serve 330 milioni di clienti con una legge e una lingua, una europea ne ha sulla carta 450 milioni, divisi in 27 ordinamenti e 24 lingue. L’innovazione: nessuna impresa europea fondata negli ultimi cinquant’anni vale oggi più di 100 miliardi di euro, mentre tutte e sei le americane sopra i mille miliardi di dollari sono nate proprio in quel mezzo secolo – il caso è raccontato in Perché non esiste una Google europea?. La difesa: gli eserciti europei mantengono 178 sistemi d’arma diversi, quelli americani 30.

La ricetta

Il fabbisogno stimato è la cifra che ha fatto il giro dei giornali: 750–800 miliardi di euro l’anno di investimenti aggiuntivi, pubblici e privati, circa il 4,7% del PIL dell’Unione. In rapporto all’economia, più del doppio del piano Marshall.

Il rapporto indica anche dove trovarli, e per la maggior parte i soldi esistono già. Le famiglie europee detengono oltre 35.000 miliardi di euro di attività finanziarie e ne tengono circa un terzo fermi in contanti e depositi; senza un mercato dei capitali unico, quel risparmio resta in gran parte parcheggiato invece di finanziare le imprese del continente. Le altre voci: completare il mercato unico, cioè smontare il dazio interno di cui sopra; comprare la difesa insieme, perché a grandi serie gli stessi soldi rendono da un terzo alla metà di difesa in più; e, per i progetti che nessun bilancio nazionale regge da solo – reti energetiche, tecnologie di frontiera, difesa – debito comune europeo.

Cosa ne è stato

Il debito comune è durato un pomeriggio: il ministro delle finanze tedesco lo ha respinto il giorno stesso della presentazione.

Il resto è andato più piano. A settembre 2025, un anno dopo, i tracker indipendenti che seguono le 170 proposte ne contavano attuate o in movimento circa l’11%. Draghi, chiamato a fare il bilancio, ha detto che ogni sfida descritta nel rapporto si era nel frattempo aggravata.

Qualcosa si è mosso, quasi tutto nei capitoli che non chiedono soldi nuovi. Sulla finanza: la strategia per l’unione dei risparmi e degli investimenti (marzo 2025), un pacchetto su integrazione e vigilanza dei mercati (dicembre 2025) e l’impegno di sei grandi stati membri, a gennaio 2026, a completare il mercato unico dei capitali, di cui si discute dal 2015. Sulla difesa: 150 miliardi di prestiti comuni del programma SAFE. Sull’intelligenza artificiale: l’iniziativa InvestAI, circa 200 miliardi tra pubblico e privato. Sono passi nella direzione indicata; messi insieme coprono una frazione del fabbisogno annuo, e sono per lo più prestiti da restituire o capitali privati da convincere.

Il conto che cresce

Lo status quo sembra gratuito perché il suo prezzo arriva a rate: crescita più lenta, salari fermi, energia cara, dipendenza militare. Il rapporto ha dato a quelle rate una cifra. Nel merito nessuno l’ha contestata; la discussione si è spostata subito su chi dovrebbe pagare il rimedio, e lì si è fermata.

Che la somma più citata d’Europa porti la firma di un italiano ha una sua coerenza storica: i piani per unire il continente, da De Gasperi a Spinelli, l’Italia li scrive da più di ottant’anni. Quello di Draghi è il primo espresso in miliardi l’anno. Un continente capace di investire e decidere come un’economia sola non avrebbe bisogno di farselo ricordare da un rapporto; finché decide da ventisette, la cifra in copertina invecchia soltanto al rialzo.

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Domande frequenti

Chi ha scritto il rapporto Draghi e quando è uscito?

Mario Draghi, ex presidente della BCE ed ex presidente del Consiglio, su incarico della Commissione europea. È stato presentato a Bruxelles il 9 settembre 2024: circa 400 pagine e 170 proposte sulla competitività dell’economia europea.

Quanti investimenti chiede il rapporto Draghi?

Tra 750 e 800 miliardi di euro l’anno in più, pubblici e privati, circa il 4,7% del PIL dell’Unione. In rapporto all’economia è più del doppio del piano Marshall che ricostruì l’Europa nel dopoguerra.

Quanto è stato attuato del rapporto Draghi?

Poco. A settembre 2025, un anno dopo la pubblicazione, i tracker indipendenti stimavano attuato o in movimento circa l’11% delle raccomandazioni. Draghi stesso ha osservato che ogni sfida descritta nel rapporto si era intanto aggravata.

Cosa significa la «lenta agonia» di cui parla Draghi?

Alla presentazione gli chiesero se il messaggio fosse attuare le riforme o morire. Rispose che una morte non ci sarà; senza investimenti l’Europa scivola in un declino graduale, con crescita più lenta e meno risorse per welfare, clima e difesa.

Perché il debito comune proposto da Draghi è stato bocciato?

Il rapporto suggerisce debito comune per i progetti che nessun bilancio nazionale regge da solo: reti energetiche, difesa, tecnologie. Il ministro delle finanze tedesco lo ha respinto il giorno stesso della presentazione, e diversi contribuenti netti restano contrari: temono di pagare per gli altri.

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