Il nucleare torna in Italia?
Sta tornando per via legislativa: il 4 giugno 2026 la Camera ha approvato la delega sul nuovo nucleare. Primo chilowattora previsto verso il 2034.
Per ora è tornata soltanto la possibilità legale. In mezzo, prima dell’energia, ci sono il Senato, i decreti attuativi, i cantieri e, con ogni probabilità, un terzo referendum.
Cosa ha votato la Camera
Il disegno di legge delega sul «nucleare sostenibile» è passato con 155 sì, 86 no e 8 astenuti. Una legge delega non autorizza impianti: affida al governo il compito di scrivere, con decreti successivi, le regole su reattori di nuova generazione e fusione, scelta dei siti, deposito delle scorie, smantellamento delle vecchie centrali e informazione ai cittadini. Il testo è ora al Senato; il governo punta all’approvazione definitiva entro l’estate e ai decreti completi entro il 2027.
Il percorso era partito nel febbraio 2025, con il via libera del Consiglio dei ministri al ddl quadro. La scelta tecnologica è dichiarata fin dall’inizio: piccoli reattori modulari, gli SMR, e reattori avanzati di quarta generazione. Le grandi centrali tipo EPR francese restano fuori dal piano.
Il divieto che non c’è mai stato
I referendum italiani, per Costituzione, possono solo abrogare leggi. Quello del novembre 1987, dopo Chernobyl, cancellò tre norme di dettaglio: i poteri sostitutivi dello Stato sulla scelta dei siti, gli indennizzi ai comuni che ospitavano centrali, la partecipazione dell’Enel a impianti all’estero. Il paese lo lesse come un no all’atomo e i governi chiusero le centrali esistenti nel giro di pochi anni. In Costituzione, però, non entrò alcun divieto.
Nel 2011, dopo Fukushima, andò allo stesso modo: il 94% circa dei votanti abrogò le norme con cui il governo aveva appena riaperto la partita. Anche quella volta si cancellava una legge ordinaria. Per questo il Parlamento oggi può scriverne una nuova; e per lo stesso motivo i cittadini potranno chiedere di cancellare anche questa. Il ministro dell’Energia Gilberto Pichetto Fratin lo dà «per scontato»: firme raccolte e voto nel 2028 o nel 2029, a legge e decreti completati. Sarebbe la terza volta in quarant’anni che gli italiani votano sull’atomo, e la prima con i prezzi dell’elettricità sullo sfondo al posto di Chernobyl o Fukushima.
Chi costruirebbe cosa
La filiera immaginata dal governo ha due gambe. La prima è Nuclitalia, nata nel maggio 2025: Enel al 51%, Ansaldo Energia al 39%, Leonardo al 10%, con il compito di valutare i progetti di piccoli reattori raffreddati ad acqua più maturi sul mercato. La seconda è Newcleo, l’azienda fondata dal fisico italiano Stefano Buono nella quale lo Stato ha annunciato l’intenzione di investire: sviluppa reattori veloci raffreddati al piombo e con l’ENEA sta costruendo un prototipo non nucleare al Brasimone, sull’Appennino bolognese. Il suo primo reattore vero, però, Newcleo lo costruirà in Francia, dove ha sede e dove investe tre miliardi di euro.
Poi ci sono i tempi. Il ministro colloca i primi chilowattora da SMR verso il 2033–2034; le ricostruzioni più caute dicono 2034–2035. In Europa di SMR in funzione non ce n’è ancora nessuno, il conto alla rovescia parte da progetti su carta, e una centrale nucleare, di qualunque taglia, ha sempre richiesto più di dieci anni tra la decisione e l’allacciamento alla rete. Per le bollette di questo decennio l’atomo quindi non c’entra: il prezzo continuerà a farlo soprattutto il gas, per le ragioni raccontate in Perché l’elettricità in Italia costa così tanto.
La taglia giusta del progetto
L’economia degli SMR si regge sulla serie: il reattore diventa conveniente quando la stessa fabbrica ne produce decine uguali, come gli aerei di linea. Un portafoglio ordini nazionale, da solo, non basta a riempirla. La Polonia, che parte da zero come noi, costruisce la sua prima centrale con tecnologia americana Westinghouse e ha potuto finanziarla solo dopo il via libera europeo agli aiuti di Stato, nel dicembre 2025. La Francia deve i suoi prezzi bassi a decine di reattori costruiti in serie tra gli anni Settanta e Ottanta. E Newcleo racconta la stessa dinamica dal lato opposto: cervello italiano, primo impianto francese, perché è lì che ha trovato capitali e filiera. È una storia che l’Italia conosce dai tempi dell’elettronica di Olivetti, finita alla General Electric (Perché non esiste una Google europea).
Se il ritorno si farà, la scala che lo rende sensato è continentale: combustibile, licenze, ordini abbastanza grandi da giustificare le fabbriche di reattori, sicurezza condivisa. Un paese da solo compra reattori; un continente li produce. La legge di giugno riapre la porta italiana. Quanto conviene attraversarla dipenderà da quanto il resto del continente cammina insieme.
Domande frequenti
Quando sarà pronta la prima centrale nucleare in Italia?
Il ministro Pichetto Fratin indica i primi chilowattora dagli SMR verso il 2033–2034; le ricostruzioni più caute dicono 2034–2035. Prima servono il sì definitivo del Senato, i decreti attuativi e le autorizzazioni. A oggi non esiste alcun cantiere.
Il referendum del 2011 non aveva vietato il nucleare per sempre?
No. I referendum italiani sono abrogativi: quello del 2011, con circa il 94% di no, cancellò le norme che riaprivano al nucleare, senza scrivere alcun divieto in Costituzione. Il Parlamento può quindi legiferare di nuovo, e lo sta facendo.
Ci sarà un nuovo referendum sul nucleare?
È probabile. Il ministro dell’Energia lo dà «per scontato» nel 2028–2029: una volta completata la legge, chi raccoglie le firme può chiederne l’abrogazione, come nel 1987 e nel 2011. Sarebbe la terza volta che gli italiani votano sull’atomo.
Cosa sono i piccoli reattori modulari (SMR)?
Reattori sotto i 300 megawatt circa, pensati per essere costruiti in serie in fabbrica e assemblati sul posto. Promettono costi e tempi più bassi delle grandi centrali, ma la loro economia funziona solo con molti ordini uguali. In Europa non ne è in funzione ancora nessuno.
Il ritorno del nucleare abbasserà le bollette?
Non in questo decennio. Una centrale nuova richiede più di dieci anni e i primi SMR italiani sono attesi a metà anni Trenta. Fino ad allora il prezzo dell’elettricità continuerà a farlo soprattutto il gas; reti e rinnovabili restano le leve più rapide.