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Cos’è il PNRR e dove stanno andando i soldi?

Il PNRR è il piano da 194,4 miliardi di euro con cui l’Italia spende i fondi europei post-pandemia: la quota più grande di tutta Europa. A luglio 2026 ne ha incassati circa 166, ne ha spesi poco più della metà certificata, e ha tempo fino al 31 agosto per completare tutto il resto.

Quella data è scritta nel regolamento europeo e la Commissione ha escluso proroghe. Vale la pena capire come funziona il meccanismo, che cosa hanno comprato finora questi soldi, dove il piano si è inceppato e che cosa si gioca l’Italia in queste ultime settimane.

Un prestito fatto insieme

La sigla sta per Piano nazionale di ripresa e resilienza. È la versione italiana di NextGenerationEU, il fondo che l’Europa ha creato nel 2020 per rialzarsi dalla pandemia: per la prima volta nella sua storia il continente ha preso in prestito soldi sui mercati tutto insieme, oltre 800 miliardi, con la Commissione a firmare per conto di tutti. All’Italia, terza economia dell’Unione e primo paese travolto dal virus, è andata la fetta più grande: 194,4 miliardi, di cui 71,8 di sovvenzioni a fondo perduto e 122,6 di prestiti.

I soldi arrivano a rate, e in parte sono prestiti. Le rate sono dieci, e ognuna si sblocca solo quando Bruxelles verifica che l’Italia ha raggiunto i «traguardi e obiettivi» concordati: la Commissione paga a fronte di risultati verificati. Circa metà del piano, del resto, è fatta di riforme: processi civili più rapidi, un nuovo codice degli appalti, concorrenza, fisco digitale.

Il conto finale si divide in due. Le sovvenzioni le ripaga il bilancio comune europeo, quindi tutti i paesi insieme, entro il 2058. I prestiti li restituisce l’Italia, ma a tassi che Roma, con un debito vicino al 139% del PIL, non avrebbe mai spuntato da sola sui mercati.

Il libro mastro a luglio 2026

Nell’incassare, l’Italia è la prima della classe. Nove rate su dieci sono state approvate, l’ultima ad aprile 2026: circa 166 miliardi arrivati, l’85% dell’intera dotazione. A fine 2025 il dato italiano era al 79% contro una media europea del 60%. Anche il contatore degli obiettivi gira: 416 tra traguardi e obiettivi conseguiti, quasi tre quarti del totale.

Incassare, però, non è spendere. La spesa certificata era di 101,3 miliardi al 30 novembre 2025, poco più della metà dei 194,4; il governo dichiara circa 143 miliardi a metà 2026, ma il dato ufficiale più recente resta quello di novembre. E a febbraio 2026 i progetti in scadenza a giugno, 60 miliardi di lavori, erano mediamente al 48,5% di esecuzione finanziaria. Il divario ha una spiegazione poco misteriosa: una rata si incassa a Roma centralizzando riforme e bandi, ma i soldi escono davvero solo quando migliaia di comuni, molti dei quali minuscoli, aggiudicano appalti e pagano stati di avanzamento. Spendere fondi europei è da sempre il punto debole italiano, e il PNRR ha chiesto al paese di spenderne in cinque anni più di quanti ne avesse mai spesi in quindici.

Che cosa hanno comprato questi soldi

Il registro del governo conta oltre 655 mila progetti finanziati e più di 541 mila interventi conclusi. Dietro i totali ci sono cose verificabili una per una. Sono stati digitalizzati 7,75 milioni di fascicoli giudiziari e l’arretrato della giustizia amministrativa è sceso dell’85%; il fascicolo sanitario elettronico è in uso presso l’85% dei medici di base. La scuola ha attivato percorsi contro la dispersione per oltre 800 mila studenti fragili e formato al digitale 600 mila tra docenti, dirigenti e personale. Sulle reti idriche gli interventi contro le perdite coprono 45 mila chilometri di condutture.

Poi ci sono i binari. L’alta velocità Napoli–Bari, l’opera simbolo del piano al Sud, è in costruzione con fondi PNRR: la tratta Napoli–Cancello è completata, ma la fine dei lavori dell’intera linea è slittata al 2029, oltre l’orizzonte del piano. Il resto del percorso si paga con altri fondi. Un effetto d’insieme intanto si vede: tra il 2019 e il 2023 il PIL del Mezzogiorno è cresciuto del 3,7% contro il 3,4% del Centro-Nord, la prima volta in decenni che il Sud corre più veloce, anche grazie ai cantieri. Se il piano riesca a curare la malattia più lunga dell’economia italiana è un’altra domanda, e ha una pagina sua.

Dove il piano si è inceppato

Il caso più istruttivo sono gli asili nido. L’obiettivo originario, 264.480 nuovi posti, è stato tagliato a circa 150 mila nella revisione di fine 2023, con la dote scesa da 4,6 a circa 3,2 miliardi; a fine 2025 la spesa della misura era ancora sotto il 50%. Proprio la misura pensata per uno dei paesi con meno nascite d’Europa e con l’occupazione femminile più bassa dell’Unione è quella che ha faticato di più: terreni comunali da trovare, bandi deserti, costi di costruzione saliti bruscamente dopo il 2022.

Il piano è stato rivisto sei volte. L’ultima revisione, approvata dal Consiglio UE a giugno 2025, ha spostato circa 14 miliardi da misure che non potevano essere finite in tempo verso capitoli capaci di spenderli. Si può leggere come una sconfitta o come manutenzione onesta; di sicuro è la prova che il calendario originale era troppo ottimista per la macchina amministrativa reale, quella dei comuni sotto i 5 mila abitanti che gestiscono da soli un cantiere europeo.

La scadenza del 31 agosto

Resta in gioco l’ultima rata: 28,4 miliardi, legati a 159 tra traguardi e obiettivi secondo il conteggio presentato dal governo, il gradino più ripido di tutto il piano. Il calendario è rigido: obiettivi completati entro il 31 agosto 2026, richieste di pagamento entro settembre, versamenti chiusi entro la fine dell’anno.

Se un obiettivo salta, la parte di rata corrispondente resta a Bruxelles e le opere avviate vanno finite con soldi italiani, del bilancio nazionale o dei fondi di coesione. Non tutto però si spegne ad agosto: circa 23,5 miliardi sono stati collocati in strumenti finanziari, fondi e garanzie che per il regolamento bastava costituire entro la scadenza e che continueranno a erogare negli anni successivi. La partita vera delle prossime settimane è la rendicontazione: dimostrare, misura per misura, che i 159 obiettivi sono stati raggiunti davvero.

Quello che resta comunque

Comunque finisca la conta di dicembre, una cosa del PNRR non si potrà restituire. Nel 2020 il continente ha deciso in pochi mesi di indebitarsi insieme, per la prima volta, e il paese che ne ha ricevuto di più si chiama Italia: più asili, pur in ritardo e meno del promesso, più binari e più fascicoli digitali di quanti ne avrebbe finanziati da sola, a tassi che il suo debito non le avrebbe mai concesso. Quando l’Europa agisce come un’unica economia, il primo beneficiario è chi da solo ha meno margine. È solo un precedente; ma i precedenti, nella storia del continente, hanno l’abitudine di diventare istituzioni.

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Domande frequenti

Cosa significa PNRR?

Piano nazionale di ripresa e resilienza: il programma con cui l’Italia spende i fondi europei post-pandemia di NextGenerationEU. Vale 194,4 miliardi di euro, 71,8 di sovvenzioni e 122,6 di prestiti, versati a rate solo dopo che Bruxelles verifica riforme e obiettivi concordati.

Quando finisce il PNRR?

Tutti i traguardi e gli obiettivi vanno completati entro il 31 agosto 2026, l’ultima richiesta di pagamento presentata entro settembre, i versamenti chiusi entro fine anno. La Commissione europea ha escluso proroghe; molte opere proseguiranno oltre quella data con altri fondi.

Chi paga il PNRR?

Nell’immediato la Commissione, che ha raccolto i fondi indebitandosi sui mercati a nome di tutti. Poi il conto si divide: la quota di prestiti la rimborsa l’Italia negli anni, a tassi più bassi di quelli che spunterebbe da sola; la quota a fondo perduto grava sul bilancio comune fino al 2058.

Quanti soldi ha ricevuto l’Italia dal PNRR?

Con la nona rata, approvata ad aprile 2026, circa 166 miliardi su 194,4, ossia l’85% del totale: nessun paese europeo ha incassato di più. Resta l’ultima rata da 28,4 miliardi, legata secondo il governo a 159 obiettivi da completare entro agosto 2026.

Cosa succede se l’Italia non completa il PNRR?

Perde la parte dell’ultima rata legata agli obiettivi mancati: quei soldi restano a Bruxelles. Le opere avviate ma non finite vanno completate con fondi nazionali o di coesione, un conto che ricadrebbe sul bilancio pubblico italiano.

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