Cosa succederebbe se l’Italia uscisse dall’Unione europea?
L’Italia ritroverebbe alcune leve nazionali e perderebbe il libero accesso al mercato che compra più di metà del suo export. Quanto possa costare lo suggerisce il precedente britannico: le stime più citate vanno da una produttività più bassa del 4% nel lungo periodo a un PIL già tra il 6 e l’8% sotto il livello che avrebbe avuto restando.
Oggi nessun partito rappresentato in Parlamento propone di lasciare l’Unione, e Italexit, il partito nato per farlo, ha perso il suo fondatore nel dicembre 2023. La domanda resta legittima, e qui ci sono tutte e due le colonne del conto.
Che cosa si riprenderebbe
Uscendo, l’Italia si riprenderebbe strumenti veri. Una politica commerciale propria, con dazi e accordi decisi a Roma. Regole nazionali su agricoltura, concorrenza, aiuti di Stato e ambiente, senza il vincolo che l’articolo 117 della Costituzione pone oggi alle leggi italiane: rispettare l’ordinamento europeo. Le politiche di confine e d’asilo, senza regole comuni da negoziare. E la fine dei versamenti al bilancio comune: nel 2024 il contributo netto dell’Italia, cioè quanto versa meno quanto rientra in agricoltura, coesione e ricerca, è stato di circa 1,6 miliardi, senza contare il fondo post-Covid (il dare e avere completo).
Sono argomenti seri. Il resto è una questione di prezzo, e di quanto quegli strumenti si possano usare davvero.
Come si esce
La porta è l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea. Il governo notifica la decisione, si negozia un accordo, e i trattati smettono di applicarsi quando l’accordo entra in vigore o, se non si trova, dopo due anni, a meno che tutti i paesi non decidano di prorogare. Al Regno Unito, dopo il referendum, sono serviti anni di trattative: è uscito il 1° febbraio 2020, quando è entrato in vigore l’accordo di recesso.
In Italia c’è un dettaglio che Londra non aveva: l’articolo 75 della Costituzione esclude il referendum abrogativo sulle leggi che autorizzano la ratifica dei trattati internazionali. Un voto popolare alla britannica non ha quindi una strada già pronta, e la decisione passerebbe dal Parlamento, che per l’articolo 80 autorizza la ratifica dei trattati.
C’è poi il nodo della moneta. Nei trattati l’euro è la moneta degli Stati membri che l’hanno adottato, e un’analisi giuridica della Banca centrale europea conclude che la partecipazione all’area dell’euro non sopravvivrebbe all’uscita dall’Unione. Qualunque cosa si pensi dell’euro, la questione si porrebbe fin dall’inizio.
Che cosa si pagherebbe
Per l’Italia l’export di manufatti pesa molto. Nel 2025 il paese ha venduto all’estero merci per 643 miliardi di euro, e poco più della metà è andata nell’Unione: la Germania resta il primo mercato con l’11,2% dell’export, la Francia è terza con il 10,1%. Con il resto dell’Unione l’Italia è in leggero disavanzo commerciale, 5,5 miliardi, mentre l’avanzo complessivo di 50,7 miliardi arriva tutto dal resto del mondo. Chi vorrebbe uscire può usarlo come argomento, e va preso sul serio. Solo che molti di quei mercati, dal Giappone al Canada, l’Italia li raggiunge con accordi commerciali negoziati dall’Unione per tutti i suoi membri, che dopo l’uscita andrebbero rifatti uno per uno, come ha dovuto fare Londra. E buona parte di quell’export nasce da filiere che attraversano le Alpi più volte prima di arrivare al cliente: un componente meccanico prodotto in Lombardia può finire in un’auto tedesca venduta poi in America, e ogni frontiera lungo il percorso aggiunge costi.
Quanto pesi l’attrito su quelle filiere non serve più immaginarlo, perché c’è un caso reale. L’OBR, l’ufficio indipendente che verifica i conti pubblici britannici, stima che la Brexit abbasserà la produttività del paese del 4% nel lungo periodo rispetto alla permanenza. Uno studio pubblicato nel 2025 dal National Bureau of Economic Research, tra i cui autori ci sono economisti della Banca d’Inghilterra, calcola che a fine 2025 il PIL britannico fosse già tra il 6 e l’8% sotto il livello che avrebbe avuto restando. Applicate, solo come ordine di grandezza, al PIL italiano del 2025, quelle percentuali varrebbero tra 90 e 180 miliardi di euro l’anno (calcolo nostro): più di cinquanta volte il contributo netto al bilancio comune che l’uscita farebbe risparmiare.
E c’è un conto che resterebbe comunque: il PNRR si chiude nel 2026, con la decima e ultima rata da 28,4 miliardi chiesta il 29 settembre, ma i prestiti già incassati andrebbero rimborsati anche da fuori.
Fuori, ma vicino
Chi esce non smette di dipendere dal mercato europeo; cambia il modo. La Norvegia ne fa parte attraverso lo Spazio economico europeo: applica le regole del mercato unico e, con Islanda e Liechtenstein, finanzia progetti di coesione in 15 paesi dell’Unione, ma non siede al tavolo dove quelle regole si scrivono. È l’opzione morbida, e significa più sovranità sulla carta e meno potere nella pratica. L’opzione dura è quella britannica: controlli doganali su ogni camion, certificati, accordi da ricostruire. Per un paese che vende più di metà della sua merce dentro l’Unione nessuna delle due è un affare.
Chi scrive le regole
L’Italia è tra i sei paesi che hanno fondato la Comunità europea, e da allora partecipa a scrivere le regole del suo primo mercato. Gli strumenti che un’uscita restituirebbe sono reali, ma in un mercato continentale chi esce le regole le riceve comunque, senza più scriverle. Per l’Italia la domanda utile è quanto pesi dove quelle regole si decidono, e come usare quel peso.
Domande frequenti
L’Italia può uscire dall’Unione europea?
Sì, con l’articolo 50 del Trattato sull’Unione: il governo notifica la decisione e i trattati cessano di applicarsi con l’accordo di uscita o, in mancanza, dopo due anni, prorogabili all’unanimità. In Italia la Costituzione esclude il referendum abrogativo sulle leggi di ratifica dei trattati, quindi la strada passerebbe dal Parlamento.
Quanto export italiano va nell’Unione europea?
Poco più della metà. Nel 2025 l’Italia ha esportato merci per 643 miliardi di euro: secondo l’ISTAT il 48,2% è andato fuori dall’Unione, quindi circa il 51,8% è rimasto dentro. La Germania resta il primo mercato con l’11,2% dell’export, la Francia è terza con il 10,1%, dietro gli Stati Uniti.
Quanto è costata la Brexit al Regno Unito?
L’ufficio di bilancio britannico, l’OBR, stima nel lungo periodo una produttività più bassa del 4% rispetto alla permanenza. Uno studio del 2025 pubblicato dal National Bureau of Economic Research calcola che a fine 2025 il PIL britannico fosse tra il 6 e l’8% sotto il livello che avrebbe avuto restando.
Che cosa ci guadagnerebbe l’Italia a uscire?
Leve vere: una politica commerciale propria, regole decise solo a Roma, la fine dei versamenti al bilancio comune. Nel 2024, tolto quello che rientra, il contributo netto dell’Italia al bilancio comune è stato di circa 1,6 miliardi, il terzo dopo Germania e Francia. Il punto è quanto di queste leve si potrebbe usare e a che prezzo.
C’è qualcuno in Italia che vuole uscire?
Nessun partito rappresentato in Parlamento lo propone. Italexit ha perso il suo fondatore, Gianluigi Paragone, che ha lasciato la politica nel dicembre 2023. Secondo l’Eurobarometro della primavera 2026 il 52% degli italiani si fida dell’Unione europea, un punto sopra la media dei 27.