Si faranno mai gli Stati Uniti d’Europa?
Forse, ma non dall’oggi al domani: se arriveranno, gli Stati Uniti d’Europa saranno la somma di molti passi in corso più che un atto fondativo.
È una domanda che in Italia suona meno strana che altrove. Qui «Stati Uniti d’Europa» è un’espressione di casa, con quasi due secoli di storia, un manifesto scritto al confino e perfino una lista elettorale.
Una frase di casa nostra
Nel 1849 Carlo Cattaneo chiuse il suo libro sull’insurrezione di Milano con una riga diventata famosa: «Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa». Negli stessi mesi Victor Hugo, aprendo a Parigi il congresso internazionale della pace, immaginava «gli Stati Uniti d’Europa» accanto a quelli d’America. Era un sogno da intellettuali, in un continente che di guerre ne avrebbe fatte ancora molte.
Un secolo dopo l’idea cambiò natura. Nel 1941, al confino sull’isola di Ventotene, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrissero il manifesto Per un’Europa libera e unita: le guerre, sostenevano, nascono dalla divisione del continente in Stati sovrani armati gli uni contro gli altri, e solo una federazione europea può garantire la pace. Il testo parla di «Federazione europea» e una volta anche di «Stati Uniti d’Europa». Nel 1943 Spinelli fu tra i fondatori, a Milano, del Movimento federalista europeo; nel 1946, a Zurigo, Winston Churchill propose «una sorta di Stati Uniti d’Europa». La storia del manifesto è in Cos’è il Manifesto di Ventotene.
Oggi l’edificio principale del Parlamento europeo a Bruxelles porta il nome di Spinelli. E alle europee del 2024 si è presentata una lista chiamata proprio «Stati Uniti d’Europa»: ha preso il 3,78%, sotto la soglia del 4%, e nessun seggio. È un voto che misura i partiti che la componevano più dell’idea.
Perché la domanda è tornata
Per mezzo secolo «Stati Uniti d’Europa» è stata una formula da anniversario. Negli ultimi anni tre pressioni l’hanno riportata nella politica di tutti i giorni. Una guerra sul continente, con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Un alleato americano che chiede agli europei di pagare molto di più per la propria difesa: al vertice dell’Aia del 2025 si sono impegnati ad arrivare al 5% del PIL entro il 2035. E concorrenti come Stati Uniti e Cina che giocano su scala continentale, mentre l’Europa negozia con sé stessa.
L’opinione pubblica si è mossa prima dei governi. Secondo l’Eurobarometro della primavera 2026, l’81% degli europei è favorevole a una politica di sicurezza e di difesa comune, il livello più alto degli ultimi vent’anni. Tra gli italiani la quota è dell’82%, e il 78% vuole una politica estera comune.
La strada formale, e dove si è fermata
Sulla carta il percorso esiste. Nel novembre 2023 il Parlamento europeo ha approvato, con 291 voti contro 274 e 44 astensioni, una serie di proposte per cambiare i trattati: voto a maggioranza in molti più campi, compresa la politica estera, un diritto di iniziativa legislativa per il Parlamento, una Commissione più piccola, un’unione della difesa con unità militari proprie, e la richiesta di una Convenzione per scrivere le modifiche. Le proposte sono arrivate ai governi, che le hanno lasciate dove stavano: a gennaio 2026 il Consiglio europeo non aveva ancora fatto alcun passo formale.
Anche se si aprisse una Convenzione, il risultato dovrebbe essere approvato all’unanimità e ratificato da tutti i 27 paesi, in alcuni casi con un referendum. Il precedente non incoraggia: il trattato costituzionale europeo è stato respinto dai referendum in Francia, il 29 maggio 2005, e nei Paesi Bassi, il 1° giugno. Chi promette un momento fondativo, una Filadelfia europea, descrive lo scenario meno probabile.
La strada probabile: a strati
L’Europa non si è mai unita secondo un grande disegno. Si è unita per saldature successive, spesso sotto la pressione di una crisi. L’euro è arrivato a 21 paesi, l’ultimo dei quali, la Bulgaria, l’ha adottato il 1° gennaio 2026, senza alcuna assemblea costituente. Durante la pandemia l’Unione ha finanziato il fondo NextGenerationEU, 750 miliardi di euro ai prezzi del 2018, con prestiti contratti in comune sui mercati: una cosa che l’anno prima si considerava impossibile. Con la guerra è arrivato SAFE, 150 miliardi di prestiti comuni per comprare armi insieme.
Le saldature su cui si lavora adesso sono un pilastro europeo della difesa dentro la NATO, un mercato dei capitali davvero unico e l’allargamento. Con l’Ucraina l’Unione ha aperto i negoziati di adesione nel giugno 2024, e a ottobre 2026 erano già aperti quattro dei sei gruppi negoziali; un’Unione che cresce verso i trenta e più membri non può continuare a decidere tutto all’unanimità. Nessuno chiama tutto questo federazione.
Che cosa potrebbe fermare il processo
Una pace che faccia evaporare l’urgenza. Governi contrari a nuove cessioni di sovranità in abbastanza capitali nello stesso momento. Un allargamento gestito male, che produca paralisi invece di riforme. Oppure la comodità di sempre: la casa costruita a metà, nella maggior parte dei giorni, è abitabile, e il tetto costa caro.
E l’Italia?
L’Italia parte avvantaggiata, almeno sulla carta. La sua Costituzione, all’articolo 11, consente «in condizioni di parità con gli altri Stati» alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento di pace e di giustizia tra le nazioni. Il paese è tra i sei fondatori, ha dato all’Europa Spinelli e De Gasperi, e sulla difesa comune la sua opinione pubblica è in linea con la media europea, anzi un punto sopra.
Se gli Stati Uniti d’Europa nasceranno, probabilmente li riconosceremo dopo: gli storici sceglieranno una data, decenni più avanti, in cui gli strati sovrapposti avranno ormai composto una federazione che nessuno avrà votato in una sola notte drammatica. Che succeda non è scritto. Si decide continuamente, nei voti sui bilanci, nelle trattative tra governi e nelle elezioni, comprese le prossime.
Domande frequenti
Chi ha inventato l’espressione «Stati Uniti d’Europa»?
Non ha un solo autore. In Italia la si lega a Carlo Cattaneo, che chiuse nel 1849 il suo libro sull’insurrezione di Milano con la frase «Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa». Lo stesso anno la usò Victor Hugo al congresso della pace di Parigi; nel 1946 Winston Churchill la riprese a Zurigo.
Il Manifesto di Ventotene parla di Stati Uniti d’Europa?
Sì, una volta, oltre a parlare di «Federazione europea». Scritto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi al confino, sostiene che solo una federazione può garantire la pace nel continente. Nel 1943 Spinelli fu tra i fondatori, a Milano, del Movimento federalista europeo.
L’Unione europea è già una federazione?
No. Ha una moneta comune in 21 paesi, un mercato unico e una corte che fa valere il diritto comune, ma su difesa, politica estera, tasse e bilancio pluriennale decidono i governi, spesso all’unanimità. È qualcosa a metà strada, senza precedenti esatti.
Che cosa servirebbe per arrivarci?
Una revisione dei trattati, approvata all’unanimità dai governi e ratificata da tutti i 27 paesi, in alcuni casi con un referendum. Il Parlamento europeo l’ha chiesta nel novembre 2023 con 291 voti contro 274; a gennaio 2026 i governi non avevano ancora avviato la procedura.
Gli italiani vogliono gli Stati Uniti d’Europa?
La lista «Stati Uniti d’Europa» alle europee del 2024 ha preso il 3,78% e nessun seggio, ma quel voto misura i partiti più dell’idea. Sulla sostanza i numeri sono altri: secondo l’Eurobarometro della primavera 2026, l’82% degli italiani vuole una difesa comune europea e il 78% una politica estera comune.