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Cos’è il Piano Mattei e può funzionare?

È la strategia del governo italiano per l’Africa: un piano di quattro anni, partito nel 2024 con 5,5 miliardi, che oggi copre 18 paesi.

Il nome viene da Enrico Mattei, che guidò l’ENI dalla fondazione nel 1953 fino alla morte nel 1962 e cercò accordi diretti con i paesi produttori appena usciti dal colonialismo. Il piano, scrive la Corte dei conti, è ispirato al suo approccio, e il governo lo presenta come un partenariato fatto di investimenti e garanzie oltre che di aiuti.

Come funziona

Il piano è nato con un decreto-legge del novembre 2023, convertito in legge l’11 gennaio 2024, e adottato nella sua forma definitiva nell’ottobre 2024. Lo guida una cabina di regia presieduta dalla presidente del Consiglio, con una struttura di missione a Palazzo Chigi, e ogni anno il governo deve presentare al Parlamento una relazione sullo stato di attuazione.

Le linee di intervento sono sei: acqua, agricoltura, energia, infrastrutture fisiche e digitali, istruzione e formazione, salute. I paesi erano nove all’inizio: Algeria, Congo-Brazzaville, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Mozambico e Tunisia. Nel gennaio 2025 si sono aggiunti Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania; nel marzo 2026 Gabon, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zambia.

Quanti soldi, e di chi

La dotazione iniziale è di 5,5 miliardi di euro tra crediti, doni e garanzie: circa 3 miliardi dal Fondo italiano per il clima, 2,5 dalla cooperazione allo sviluppo. Sono in larga parte fondi già esistenti e riorganizzati sotto un nuovo nome, come ha notato Openpolis già nel 2024. Il Fondo clima, che vale 840 milioni l’anno, deve destinare almeno il 70% delle sue risorse a progetti con l’Africa.

Per misurare la scala, due numeri. Secondo l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, anche spesi per intero i 5,5 miliardi varrebbero lo 0,5% del PIL dei nove paesi iniziali. E nel 2025, secondo i dati preliminari dell’OCSE, l’aiuto pubblico allo sviluppo dell’Italia è stato lo 0,30% del reddito nazionale, contro lo 0,56% della Germania, lo 0,42% della Francia e l’obiettivo dello 0,7% fissato all’ONU.

Che cosa ha fatto finora

L’ultima relazione al Parlamento, del luglio 2026, conta 76 progetti principali, tra 1 e 1,2 miliardi di progetti approvati dal Fondo clima per 15 interventi (la relazione dà entrambe le cifre), oltre 4 miliardi di garanzie della SACE per le imprese che investono in Africa e circa 269 milioni di crediti verso paesi africani in via di conversione in progetti di sviluppo. Al vertice di Roma del giugno 2025 la Cassa depositi e prestiti e la SACE hanno firmato un finanziamento da 250 milioni per il corridoio di Lobito, la linea che collega Zambia e Repubblica Democratica del Congo al porto angolano di Lobito, sull’Atlantico. A febbraio 2026 il secondo vertice Italia-Africa si è tenuto per la prima volta in Africa, ad Addis Abeba, con 35 delegazioni.

Quello che la relazione non dice è quanto denaro sia stato effettivamente speso. Riporta importi approvati e qualche erogazione singola, nessun totale.

Le critiche

La Corte dei conti, a maggio 2026, ha esaminato il Fondo clima e tra i problemi ha indicato questi: è difficile trovare in Africa progetti capaci di attirare finanziatori oltre ai doni, il rischio paese è alto, e per approvare un intervento servono in media più di 360 giorni. Ha chiesto di pubblicare dati aggregati su impegni, tempi e risultati. Già nel 2024 il Servizio Studi del Parlamento osservava che nella maggior parte delle schede di progetto mancavano gli importi. A ottobre 2026 quattordici organizzazioni, da ActionAid al WWF alla CGIL, hanno creato un osservatorio sul piano, lamentando proprio la scarsa trasparenza.

E gli sbarchi?

Il decreto che istituisce il piano cita espressamente, tra gli obiettivi, la prevenzione dell’immigrazione irregolare e delle sue cause. Gli arrivi via mare in Italia sono scesi da 157.651 nel 2023 a 66.617 nel 2024 e 66.316 nel 2025; dal 1° gennaio al 23 ottobre 2026 sono stati 25.830, meno della metà dello stesso periodo dell’anno prima. Il calo coincide con il piano, ma nello stesso periodo sono cambiate molte altre cose, e nessun documento ufficiale lo attribuisce al Piano Mattei. Nel 2026, del resto, la prima nazionalità dichiarata da chi sbarca è quella del Bangladesh, che non è un paese africano.

Può funzionare?

L’idea di fondo regge: per l’Italia energia, stabilità e migrazioni passano dal Mediterraneo e dall’Africa, e un piano dedicato ha senso. Il limite è la taglia. Un piano nazionale da pochi miliardi, spalmato su diciotto paesi, può aprire porte; difficilmente può cambiare economie che contano centinaia di milioni di persone.

Il passo più promettente è stato agganciarsi all’Europa. Dal giugno 2025 il piano lavora insieme al Global Gateway, il programma europeo di investimenti, che per l’Africa vale 150 miliardi entro il 2027, 120 dei quali già mobilitati a fine 2025. Il fianco sud del continente è lo stesso per tutti gli europei, e l’Italia ci arriva con interessi diretti, dall’energia alle migrazioni. La scala europea e la vicinanza italiana, messe insieme, possono ottenere quello che un piano nazionale da solo non può.

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Domande frequenti

Perché si chiama Piano Mattei?

Prende il nome da Enrico Mattei, presidente dell’ENI dalla sua nascita nel 1953 fino alla morte in un incidente aereo nel 1962. Mattei cercava accordi diretti con i paesi produttori di petrolio usciti dal colonialismo, in Nord Africa e in Medio Oriente. Il governo dice di ispirarsi al suo approccio.

Quanti soldi ha il Piano Mattei?

La dotazione iniziale è di 5,5 miliardi di euro tra crediti, doni e garanzie: circa 3 dal Fondo italiano per il clima e 2,5 dalla cooperazione allo sviluppo. Secondo Openpolis sono in gran parte fondi già previsti e riorganizzati. A metà 2026 il governo indicava circa 1–1,2 miliardi di progetti approvati dal Fondo clima.

In quali paesi opera il Piano Mattei?

In 18 paesi africani. I primi nove erano Algeria, Congo-Brazzaville, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Mozambico e Tunisia; nel 2025 si sono aggiunti Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania, nel 2026 Gabon, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zambia.

Il Piano Mattei ha fatto calare gli sbarchi?

Non si può dire. Gli arrivi via mare sono scesi da 157.651 nel 2023 a circa 66 mila nel 2024 e nel 2025, e nel 2026 sono meno della metà dello stesso periodo del 2025. Nello stesso periodo sono cambiate molte altre cose, e nessun documento ufficiale attribuisce il calo al piano.

Che cosa c’entra l’Unione europea?

Dal giugno 2025 il piano è collegato al Global Gateway, il programma europeo di investimenti all’estero, che per l’Africa vale 150 miliardi di euro entro il 2027. In un vertice comune a Roma Italia e UE hanno annunciato impegni per 1,2 miliardi e un protocollo sul corridoio ferroviario di Lobito.

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