Il nostrocontinente

Cosa succede se la Russia attacca la NATO?

Scatterebbe la difesa collettiva: le forze alleate già schierate a est combatterebbero dal primo giorno, e tutto dipenderebbe dalla rapidità e dall’unità della risposta.

Nessuno stato maggiore, nemmeno a Mosca, lavora a colonne corazzate dirette verso Roma, e niente indica un attacco imminente. Eppure ogni stato maggiore europeo, quello italiano compreso, si esercita proprio su questa domanda. Conviene quindi prenderla sul serio e percorrerla nell’ordine in cui accadrebbe.

La fase uno è già in corso

Un attacco alla NATO comincerebbe molto prima del primo sparo, con una fase di logoramento che sale di intensità e che in effetti si vede già da anni: i sabotaggi russi in Europa sono quadruplicati nel 2024 e da allora accelerano; tra il 2024 e l’inizio del 2026 circa 144 incursioni sospette di droni hanno disturbato l’aviazione civile del continente, arrivando a chiudere gli aeroporti di Copenaghen, Oslo, Monaco e Bruxelles; nel Baltico, petroliere della «flotta ombra» hanno danneggiato con le ancore un gasdotto e diversi cavi sottomarini tra Finlandia, Estonia e Germania. Gli esecutori materiali vengono spesso reclutati online, per poche migliaia di euro. Lo scopo è misurare i riflessi europei restando sotto la soglia che obbligherebbe a rispondere.

Nel settembre 2025 quella soglia ha scricchiolato, quando per la prima volta i caccia alleati hanno abbattuto droni russi sopra la Polonia: quella notte, con le consultazioni e i rinforzi che ne sono seguiti, è ricostruita passo per passo nella pagina sull’articolo 5. Il gradino successivo è quello su cui si esercitano gli stati maggiori.

Il giorno X, se mai arrivasse

Gli scenari studiati dagli analisti occidentali, per esempio quelli dell’Institut Montaigne del 2025, si somigliano: dopo mesi di pressione ibrida, un’azione militare rapida e limitata sul bordo dell’alleanza. Una fascia di confine in Estonia, oppure il corridoio di Suwałki, i 65 chilometri di frontiera polacco-lituana stretti tra Kaliningrad e la Bielorussia, unico collegamento terrestre dei paesi baltici con il resto della NATO. Il premio non sarebbe il territorio: sarebbe la dimostrazione, davanti al mondo, che la garanzia su cui la sicurezza europea poggia dal 1949 è carta e che l’Occidente convoca vertici invece di combattere.

Le prime ore e le prime settimane

Il paese attaccato porta il caso al Consiglio Atlantico, dove siedono i 32 governi; lì si accerta l’attacco e si attiva l’articolo 5, che lascia a ogni alleato la scelta dei mezzi «che giudicherà necessari». Come funziona davvero questo meccanismo, e perché la sua forza sta nel non lasciare dubbi in anticipo, lo spiega la stessa pagina sull’articolo 5 citata sopra.

Sul terreno la risposta sarebbe intanto già cominciata. I battaglioni multinazionali che da anni stanno di guardia dall’Estonia alla Romania esistono proprio perché fin dalla prima ora tra i difensori ci siano tedeschi, britannici, canadesi, polacchi, italiani: l’«attacco a uno» diventa letterale prima di ogni riunione. Poi la sequenza prevista dai piani: potenza aerea verso est subito, forze di reazione rapida nel giro di giorni, corpi principali in settimane, e sotto tutto questo uno spostamento di uomini, munizioni e carburante attraverso il continente come l’Europa non ne vede dal 1945.

Dove sarebbe l’Italia

Dentro, fin dal primo minuto, anche senza che un solo soldato parta da Roma. L’Italia guida il battaglione multinazionale alleato in Bulgaria. Per gran parte del 2025 a pattugliare i cieli baltici c’erano caccia italiani: gli Eurofighter da Šiauliai, in Lituania, poi gli F-35 e di nuovo gli Eurofighter da Ämari, in Estonia. E la parte più pesante del contributo sta in casa: a Napoli uno dei comandi operativi dell’alleanza, il JFC Naples; a Sigonella, in Sicilia, la base dei droni di sorveglianza NATO che oggi tengono d’occhio il fianco orientale e il Mar Nero; tra Napoli e Gaeta la Sesta flotta americana. In una guerra a est i rinforzi e i rifornimenti attraversano l’Atlantico e il Mediterraneo, e qualcuno deve tenere aperte le rotte, sorvegliare cavi e terminali del gas, coprire il fianco sud mentre il grosso guarda a nord-est: è il mestiere che la marina italiana fa già, stabilmente, tra Mediterraneo e Mar Rosso.

A fine 2025 appena il 34% degli italiani considerava probabile una guerra con la Russia: in nessuno degli altri sei paesi del sondaggio YouGov la percentuale era così bassa. E la geografia dà a quella percezione ragioni comprensibili: il Baltico è lontano. Solo che la partecipazione italiana a una guerra del genere è già scritta nelle basi, nei comandi e nei reparti elencati sopra. La difesa del fianco orientale si decide anche nel Mediterraneo, e viceversa: è la stessa logica che l’Italia invoca quando chiede agli alleati di guardare anche a sud, alle rotte migratorie e all’energia.

La matematica che Mosca conosce

Una guerra lunga la Russia non può vincerla, e attorno a questo dato ruota tutto il resto. Su economia, uomini e spesa militare il rapporto di forze pende nettamente dalla parte europea, mentre Mosca, per reggere il passo, brucia già circa il 38% del proprio bilancio federale in difesa e sicurezza (SIPRI), un ritmo insostenibile sulla distanza; le cifre, voce per voce, stanno nella pagina su che cosa potrebbe l’Europa senza gli Stati Uniti. Per questo i piani russi puntano su azioni brevi, scommettendo che la risposta europea arrivi tardi e divisa.

Ed è per questo che lo scenario che preoccupa davvero gli stati maggiori europei ha la forma di un calendario: una cittadina di confine occupata il lunedì e, il venerdì, ancora nessuna decisione comune. La credibilità dell’articolo 5 può rompersi così, senza nessuna grande guerra.

Quanto alle date: le stime tedesche, dei servizi come dei vertici militari, collocano tra il 2029 e il 2030 il momento in cui Mosca potrebbe reggere di nuovo una grande guerra convenzionale. Nessuna di queste stime è una profezia; chi pianifica la difesa, però, lavora come se la data giusta fosse la più vicina.

Quello che si decide adesso

Se il bersaglio dell’intera strategia russa è la coesione di una trentina di capitali, la contromossa si pratica in tempo di pace, sotto gli occhi di tutti: un pilastro europeo della NATO con comando, capacità e rapidità propri, che tolga senso al «test» prima ancora che qualcuno lo ordini. Quanto manca al continente per arrivarci, numeri alla mano, sta qui: L’Europa si difenderebbe da sola, senza gli Stati Uniti?

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Domande frequenti

La NATO risponderebbe davvero a un attacco russo?

Tutto il dispositivo esistente dice di sì: le forze multinazionali schierate dall’Estonia alla Romania combatterebbero dalle prime ore, mentre il Consiglio Atlantico accerta l’attacco e attiva la difesa collettiva. La vera incognita degli scenari è la rapidità e l’unità della risposta, ed è lì che si gioca la deterrenza.

Cosa farebbe l’Italia se la Russia attaccasse un paese NATO?

Parteciperebbe fin dalle prime ore, perché è già in campo: guida il battaglione multinazionale alleato in Bulgaria, nel 2025 ha pattugliato a lungo i cieli baltici, ospita il comando alleato di Napoli e i droni di sorveglianza NATO a Sigonella. Sull’invio di altre forze deciderebbero come sempre governo e parlamento.

La Russia potrebbe vincere una guerra lunga contro la NATO?

Sulla distanza no: l’economia dei membri europei della NATO vale circa otto volte quella russa e i loro soldati attivi sono 1,9 milioni contro 1,3. I pianificatori russi lo sanno, ed è il motivo per cui gli scenari studiati in Occidente descrivono azioni brevi e limitate sul bordo dell’alleanza.

Verrebbero usate armi nucleari?

Mosca le agita spesso, perché le minacce costano poco. Usarle davvero non le porterebbe alcun vantaggio e le costerebbe tutto: è quello che la deterrenza francese, britannica e americana serve a garantire. Del tutto escludibile non è; probabile nemmeno.

Quando potrebbe la Russia essere pronta ad attaccare la NATO?

I servizi tedeschi stimano che verso il 2030 la Russia potrebbe sostenere una guerra convenzionale su larga scala; il capo di stato maggiore della Bundeswehr indica «al più presto il 2029». Sono valutazioni di capacità militare, e la difesa si pianifica sulla variante peggiore.

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